Roma, 11 feb. - (Adnkronos) - In Egitto ha vinto la piazza. Ha vinto piazza Tahrir, piazza della Liberazione. Una 'liberazione' , quella che gli egiziani festeggiano in queste ore nella capitale Il Cairo, dopo l'annuncio delle dimissioni del presidente Hosni Mubarak, seguito a 18 giorni di protesta, scontri, manifestazioni e presidi. "Il popolo ha abbattuto il regime!", gridano le centinaia di migliaia di egiziani, consapevoli di aver scritto un pezzo di storia del proprio Paese. La piazza dunque spartiacque e luogo simbolo della vita di un popolo, come in passato sono state piazza Tienanmen, Alexanderplatz a Berlino Est, San Vencesclao a Praga, piazza Karl Marx a Lipsia, la piazza arancione di Kiev, i luoghi della rivoluzione verde iraniana. Storie diverse ma con scenari simili e dinamiche analoghe, dove la rabbia di un popolo si riversa in piazza - trasformandola nel proprio campo di battaglia - per gridare il dissenso e chiedere il cambiamento, la fine di un regime e l'allontanamento del dittatore di turno. Oggi gli egiziani hanno cacciato Mubarak, come hanno fatto i tunisini pochi giorni fa, partendo dalle strade di Sidi Bouzid e spostandosi in piazza Muhammad Ali a Tunisi, resistendo fino alla deposizione del presidente Ben Ali, pagando con la vita di ben 234 cittadini. Adunate oceaniche che ricordano altre storiche rivoluzioni. Il pensiero corre all'aprile 1989 a piazza Tienanmen quando, dopo la morte di Hu Yaobang, ex dirigente liberale del Partito comunista cinese, costretto due anni prima alle dimissioni e a un'umiliante autocritica, migliaia di studenti scesero in piazza rivendicandone la riabilitazione. Ma quella richiesta ne sottendeva altre: apertura, tolleranza, fine della censura, dibattito. Fu la scintilla che accese la protesta, ampliandola e trasformando nelle settimane successive Tienanmen in un insediamento permanente. I manifestanti innalzarono al centro della piazza un'enorme statua, alta 10 metri, chiamata 'Dea della Democrazia', in polistirolo e cartapesta e tra i manifestanti erano presenti anche comunisti dissidenti che cantavano l'internazionale. Di fronte all'immobilismo attendista della maggior parte dei dirigenti del Partito, Deng Xiaoping prese l'iniziativa, decidendo insieme agli anziani del Partito per la repressione militare e la promulgazione della legge marziale. Fino ad arrivare al triste epilogo del massacro del 4 giugno, da parte dell'esercito, che passò alla storia. Quello stesso anno tante piazze europee furono protagoniste di rivoluzioni che segnarono la caduta di molti regimi: Ungheria, Cecoslovacchia, Germania est. Nella Germania orientale, fu piazza Karl-Marx-Platz di Lipsia, oggi Augustusplatz, il teatro del colpo inferto al dittatore della Ddr Erich Honecker. Il 9 ottobre circa 300mila persone presero parte alla prima grande manifestazione contro le autorità. A guidarla c'era il pastore protestante Christian Fuehrer, reverendo della Nikolaikirche, la chiesa dove l'opposizione si coagulò e prese progressivamente coraggio. Esattamente un mese dopo la parata sassone, cadde il Muro di Berlino. Cinque giorni prima si tenne un'altra imponente dimostrazione, sull'Alexanderplatz, con oltre 500mila persone. Dopo la Germania est fu la volta della Cecoslovacchia. La dittatura di Gustav Husak fu abbattuta dalle proteste di Vaclavske Namesti, piazza San Venceslavo a Praga, coordinate dal drammaturgo Vaclav Havel, poi eletto presidente. In quei giorni s'affacciò insieme a Sasha Dubcek, l'eroe tragico della primavera di Praga, da uno dei balconi degli edifici che delimitano la spianata. Il messaggio fu a tutti chiaro: i cecoslovacchi volevano riprendersi il loro destino. E se lo ripresero, pacificamente. In Romania la rivolta contro Ceausescu, partita dalla periferia, si spostò nella capitale Bucarest e il 21 dicembre, nell'ex Piata Palatului, oggi piazza della Rivoluzione, s'assembrarono centinaia di migliaia di persone. Esattamente come 21 anni prima, quando i romeni, da quello stesso posto, inneggiarono a Ceausescu, che rifiutando di mandare le truppe a Praga toccò l'apice della popolarità. Ma nell''89 la piazza che in passato lo aveva osannato gli chiese di farsi da parte. Quattro giorni dopo Ceausescu fu giustiziato, insieme alla moglie Elena. Negli anni successivi altre piazze sono state protagoniste e fautrici del crollo di regimi. Tra questi quello di Slobodan Milosevic, il 'padre padrone' della Serbia, caduto il 5 ottobre del 2000, dieci giorni dopo le elezioni presidenziali vinte da Vojislav Koštunica. La piazza teatro delle manifestazioni fu la Trg Republike di Belgrado. Quella serba, benché non avesse precisi riferimenti cromatici, fu la prima delle cosiddette 'rivoluzioni colorate' che negli anni successivi hanno portato alla capitolazione di Eduard Shevarnadze in Georgia, quando nel novembre 2003 migliaia di persone scesero in piazza a Tbilisi per protestare contro presunti brogli elettorali che avevano consentito ad Eduard Shevarnadze di essere rieletto presidente della Repubblica, dando così vita alla 'Rivoluzione delle Rose' e catapultando la Georgia sulla scena internazionale. Il nuovo governo, insediatosi nel gennaio 2004, si trovò di fronte ad una situazione particolarmente difficile dovendo rispondere alle attese di una popolazione per lo più costretta a vivere sotto la soglia minima della sopravvivenza. E ancora 'rivoluzioni colorate' e di piazza: la 'Rivoluzione dei tulipani' in Kirghizistan che, nella primavera del 2005, pose fine al governo di Askar Akayeve. O la 'Rivoluzione arancione', il movimento di protesta nato in Ucraina, contro le complesse condizioni di vita del Paese e il suo potere corrotto, nata all'indomani delle elezioni presidenziali del novembre 2004. Mentre i primi risultati vedevano il delfino dell'ex presidente Leonid Kučma - Viktor Janukovyč - in vantaggio, lo sfidante Viktor Juščenko ne contestava i risultati, denunciando brogli elettorali, e chiedendo ai suoi sostenitori di restare in piazza fino a che non fosse stata concessa la ripetizione della consultazione. Una protesta, che ebbe come scenario Piazza dell'Indipendenza di Kiev, per l'occasione tutta colorata da sciarpe, striscioni e nastri arancione. E ancora: la 'Rivoluzione verde' in Iran con le proteste post-elettorali del 2009-2010 contro l'irregolare rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad durante le elezioni del 12 giugno 2009. Una protesta trasformatasi in occasione per manifestare contro un regime repressivo, oppressivo e autoritario con massicce manifestazioni di piazza dei giovani di Teheran e cruente repressioni da parte del regime degli ayatollah. E infine le 'piazze della protesta' di questi giorni: a Tunisi e a Tirana, ma soprattutto al Cairo dove oggi piazza Tahrir è ancora più grande.