L'addio all'alpino ucciso in Afghanistan Anche Napolitano e Berlusconi a esequie
Roma, 3 mar. (Adnkronos) - "Le missioni internazionali di sicurezza ci aiutano a capire che siamo famiglia umana. Troppo spesso, invece, ci nascondiamo dietro affermazioni del tipo 'non è compito mio' o 'ne vale la pena?': forse non ci brucia abbastanza nel cuore l'amore con cui far giungere la nostra fraternità in ogni parte del mondo". Monsignor Vincenzo Pelvi, arcivescovo ordinario militare per l'Italia, richiama le finalità delle missioni internazionali di pace nel passo centrale della sua omelia nel corso della cerimonia funebre per il capitano Massimo Ranzani, ucciso lunedì scorso in Afghanistan.
Alle esequie in Santa Maria degli Angeli a Roma era presente il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ad accogliere il capo dello Stato, il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Saluto commosso di Napolitano ai genitori del 36enne Ranzani. Prima dell'ingresso del feretro, avvolto nel Tricolore, nella basilica il capo dello Stato si è avvicinato al padre e alla madre del militare, poggiando loro una mano sulla spalla.
''Grazie di cuore, per la sua paterna vicinanza ai nostri giovani militari e alle loro famiglie'', ha detto Pelvi iniziando con un riconoscimento a Napolitano la sua omelia alla cerimonia funebre.
"Le condizioni morali, sociali e politiche, nelle quali gli uomini sono ora coinvolti in diversi punti del mondo - osserva il religioso - sembrano spegnere le speranze: la terra è solcata da problemi, da agitazioni, da conflitti, da sentimenti e propositi di odio e di guerra. Ma il sacrificio dei nostri militari ci impegna nel riaffermare, con una nuova consapevolezza, l'amore sociale quale norma suprema e vitale della persona umana". Si interroga monsignor Pelvi, davanti al feretro dell'alpino Massimo, avvolto nel Tricolore: "Cosa vogliamo ottenere con la nostra vita? Di questo mondo nel quale siamo, per quanto dipende da noi, cosa vogliamo fare? Adottare una politica di odio, di eliminazione di coloro che si oppongono a noi? Oppure, allargare i nostri orizzonti nel costruire una comunita' internazionale stabile e pacifica?".
A esequie già iniziate è arrivato anche il premier Silvio Berlusconi. Presenti alla cerimonia anche il presidente del Senato Renato Schifani, il presidente della Camera Gianfranco Fini, il presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo. Il governo è rappresentato, oltre che dal ministro della Difesa La Russa, dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Letta e dai ministri Umberto Bossi, Roberto Calderoli e Altero Matteoli. In basilica anche il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini, il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il governatore del Veneto Luca Zaia, oltre ai vertici militari.
Per l'arcivescovo ordinario militare per l'Italia, "occorre compiere un capovolgimento di prospettiva: su tutto deve prevalere non più il bene particolare di una comunità politica, razziale o culturale ma il bene dell'umanità". Definendoci tutti "mendicanti di luce", monsignor Pelvi esclama "non ci rassegniamo al buio di oggi, non ci accontentiamo di una vita senza senso" nonostante "potrebbe capitarci di innamorarci della nostra cecità: per desiderio di primeggiare, per chiusura nell'ostinatezza delle proprie convinzioni, per ristrettezza di orizzonti e per meschinità di visione". Il religioso avverte: "Se siamo ciechi nello sguardo interiore, se ci fermiamo alla superficie delle cose, o, peggio, se il nostro è uno sguardo impudico o violento, dissacrante o profanatore, piegato al criterio dell'utile, allora siamo terribilmente ciechi".
"Il nostro Massimo si è lasciato orientare solo dalla voce del cuore - ha detto ancora Pelvi - dinanzi alla sofferenza e all'angoscia del popolo afghano: ha lasciato il buio dell'egoismo per incoraggiare il fratello dimenticato e abbandonato ad alzarsi, mettendosi dalla sua parte, solidale con il suo atroce dolore". Ecco allora che "Massimo è stato un instancabile seminatore di speranza dinanzi allo straniero, al prigioniero, al nudo, all'affamato. Sperare - sottolinea - vuol dire credere nell'impossibile", invece, "passare oltre, rifiutare o fuggire il grido di aiuto dell'altro, è come scegliere la morte e, peggio ancora, divenirne l'artefice". L'arcivescovo non si nasconde che "sperare ci porterà via del tempo e richiederà anche consolazione nei giorni tristi: Massimo sapeva bene che la pace esige il lavoro più eroico e il sacrificio più difficile. Ma siamo chiamati a spendere la nostra vita, non a trattenerla".
Avvolto nel Tricolore e sotto una pioggia battente, il feretro dell'alpino ha lasciato la basilica romana al termine della cerimonia funebre. Dopo la resa degli onori da parte del picchetto militari, formato dalle quattro forze armate, la bara è stata posta sul carro funebre nel composto dolore dei genitori, che l'hanno ancora accarezzata prima che si richiudesse il portellone posteriore.
Al dolore dei familiari si è aggiunta la visibile commozione da parte dei vertici militari e di tutte le alte cariche istituzionali. Le esequie in forma privata sono previste per domani a Occhiobello, in provincia di Rovigo, comune di residenza della famiglia. Ranzani il 12 ottobre scorso aveva preso parte alla sua seconda missione in Afghanistan, il 23 marzo prossimo avrebbe compiuto 37 anni.
