Tokyo, 16 mar. - (Adnkronos) - Difficile dire se per i giapponesi l'impressione suscitata dall'apparizione in tv dell'imperatore Akihito sia stata la stessa che provocò suo padre, Hirohito, il 15 agosto 1945, quando attraverso la radio si rivolse alla nazione per annunciare la sconfitta e la resa nella Seconda Guerra Mondiale. Il palcoscenico, dal quale, oggi come allora, la piu' alta autorita' dello Stato e dello shintoismo, si è rivolto a un Giappone in ginocchio, e' lo stesso: il Palazzo imperiale di Tokyo, risparmiato nel 1945 dai bombardamenti americani e oggi dal devastante cataclisma dell'11 marzo, ma non dai blackout imposti dopo il sisma per controllare i consumi energetici e chiesti dallo stesso Akihito. La storia non indica chi fosse accanto a Hirohito quando, presumibilmente due giorni prima della trasmissione via radio, registrò il messaggio di resa. Sappiamo però, come spiega all'ADNKRONOS Daisuke Konishi, corrispondente in Italia dell'agenzia Kyodo, che accanto a Akihito, mentre registrava davanti alle telecamere il suo, di messaggio, c'era l'imperatrice Michiko. "E' la prima volta che questo imperatore manda un messaggio in video alla nazione", spiega ancora Konishi, che racconta come Akihito abbia chiesto ai suoi collaboratori di interrompere la registrazione, qualora fossero arrivate notizie importanti dalle aree piu' colpite e dal fronte di Fukushima, a nordest, sul quale i tecnici giapponesi stanno combattendo una disperata battaglia per scongiurare il rischio di una catastrofe nucleare. Un rischio del quale Akihito si è detto "profondamente preoccupato". Nell'esercizio delle differenze e delle analogie con il celebre e drammatico discorso di Hirohito, che ha colpito la fantasia di molti osservatori, rientra l'assoluta eccezionalitù del gesto compiuto dal padre e dal figlio. Quando Hirohito parlò ai giapponesi nel 1945, era la prima volta che i sudditi udivano la voce dell'imperatore. E non a caso, quel discorso, fu chiamato "Gyokuon-hoso", vale a dire, "la trasmissione della voce melodiosa". " Il linguaggio, usato dall'allora 46enne Hirohito, era quello sofisticato della corte imperiale, perlopiù incomprensibile alla maggioranza dei giapponesi. E infatti, anche per l'ambiguità del testo letto da Hirohito, non tutti compresero se il Giappone si stesse effettivamente arrendendo o se l'imperatore stesse esortando il suo popolo a resistere. Il 77enne Akihito ha invece usato "un giapponese colloquiale e moderno", spiega Konishi, per esprimere ai suoi connazionali lo sconcerto di fronte al numero delle vittime, "non sappiamo quante saranno", per dirsi "profondamente colpito dalla drammatica situazione nelle aree colpite" e nell'esprimere la speranza che i giapponesi "si prendano per mano, si comportino l'uno con l'altro con compassione e superino questi momenti difficili". Un "messaggio senza precedenti", hanno titolato molti media giapponesi e internazionali, di fronte all'irruzione, dignitosa e misurata, ma non per questo distaccata, del volto dell'imperatore sugli schermi televisivi. In linea, però, con quanto perseguito da Akihito fin dalla sua ascesa al trono, dopo la morte del padre, nel 1989: avvicinare la famiglia imperiale alla gente. Una strada forse obbligata, per la monarchia giapponese, dopo che lo stesso Hirohito, nel 1946, fu costretto a pronunciare la "Tenno no ningen sengen", la "Dichiarazione della natura umana dell'imperatore", con cui il sovrano dichiarava formalmente di non essere di natura divina, non potendo più così rivendicare la superiorità del Trono del Crisantemo sugli altri popoli. Un passaggio importante, in questa 'ricerca di normalita', 'fu il matrimonio, nel 1959, con la 'borghese' Michiko. Poi, più di recente, la visita che Akihito e la consorte fecero ai sopravvissuti del grande terremoto di Kobe, nel 1995, per confortare chi, in quella tragedia che provocò 6.400 vittime, aveva perso tutto. Oggi, Akihito, ancora una volta con accanto l'imperatrice Michiko, è sceso nuovamente al fianco del suo popolo per condividerne il dolore e guidarne la rinascita.