Generali, Geronzi lascia: finisce un'era. Bolloré: ''Tutto bene, resto vicepresidente''
Roma, 6 apr. (Adnkronos) - Il presidente della Generali, Cesare Geronzi, si è dimesso. La decisione, arrivata dopo che una decina di consiglieri ha manifestato l'intenzione di procedere con una mozione di sfiducia nei suoi confronti, è stata ufficializzata nel pomeriggio in una nota del Leone di Trieste.
"A seguito della situazione venutasi a creare per contrasti che non lo vedono partecipe nelle Generali'', si legge nel comunicato, Geronzi ''ha ritenuto, dopo pacata riflessione, nel superiore interesse della Compagnia, di rassegnare, oggi, le dimissioni". Il Consiglio di Amministrazione "preso atto con rammarico della decisione'' del presidente lo ha ringraziato per ''l'opera svolta, con dedizione e senso di istituto''. Geronzi mantiene la carica di Presidente della Fondazione Assicurazioni Generali.
Vincent Bolloré resta invece vicepresidente. "Tutto bene", ha risposto ai giornalisti al termine del cda. Poco prima erano usciti senza rilasciare dichiarazioni l'ad di Mediobanca Alberto Nagel, che sorridente ha mostrato ai cronisti il pollice alzato in segno di soddisfazione, e il direttore generale di Piazzetta Cuccia Francesco Saverio Vinci. Subito dopo il finanziere bretone, ha lasciato la sede romana del Leone anche il vicepresidente vicario Francesco Gaetano Caltagirone, che, con le dimissioni di Geronzi, assume temporaneamente le funzioni di presidente fino alla nomina del nuovo presidente.
Finora Geronzi aveva vinto tutte le battaglie cui aveva preso parte. Da quella al vertice di Capitalia con Arpe alla corsa per le presidenze di Mediobanca prima e di Generali poi. Era diventato l'icona del potere finanziario, inattaccabile e capace di coronare il suo disegno ambizioso: conquistare la finanza italiana dopo aver dominato quella romana. Anche per questo il suo passo indietro assume una portata storica.
Finisce un'era, quella che per almeno vent'anni lo ha visto al centro della scena, sempre in primo piano. Prima a Roma, poi a Milano e infine a Trieste, resistente a ogni cambiamento, forte di relazioni trasversali e di una gestione del potere tanto tradizionale quanto efficace. Non lo hanno scalfito le vicende giudiziarie, alcune delle quali ancora aperte, così come ha resistito ad ogni pressione di ricambio generazionale. Ha sempre accettato lo scontro con tutti i suoi avversari senza cedere mai di un millimetro. Ha sfidato i consigli di amministrazione e i patti di sindacato, convincendo gli azionisti e piegando le ambizioni dei manager rampanti.
Per lui, che come da sempre sostiene non ha mai avuto bisogno di deleghe perché capace di fare i suoi interessi con il telefono, alla fine è stato fatale lo scontro in campo aperto con il management delle Generali e, di riflesso, con quello di Mediobanca. Questa volta la parola dimissioni, che mai avrebbe pensato di includere nel suo vocabolario, è stata l'unica possibile di fronte all'eventualità di una sfiducia formale, che sarebbe stata firmata anche dai rappresentanti di Piazzetta Cuccia, primo azionista delle Generali.
La decisione è arrivata dopo un anno di presidenza, al culmine di uno scontro senza esclusione di colpi, durato tre mesi, che ha visto come principali protagonisti sugli opposti fronti il consigliere Diego Della Valle e il vicepresidente Bolloré. Il primo ha apertamente contestato i metodi e le esternazioni del presidente, denunciando una gestione scorretta del cda e una interpretazione 'personalistica' del suo ruolo. Il secondo ha criticato platealmente l'operato del management, e in particolare l'operazione nei paesi dell'est con il ceco Petr Kellner, arrivando a sospettare un falso in bilancio e mettendo quindi nel mirino le scelte dell'Ad Giovanni Perissinotto. Altrettanto attivo si è mostrato il finanziere franco-tunisino Tarak Ben Ammar, storicamente vicino a Geronzi.
Dietro le esternazioni, e oltre i tecnicismi delle operazioni finanziarie, si è consumato un confronto aspro fra il presidente, formalmente senza deleghe ma ingombrante per il suo peso politico, e il management guidato da Giovanni Perissinotto. Fra interviste al vetriolo e atti formali, compiuti come l'astensione sul voto al bilancio di Bolloré o 'minacciati' come le lettere dei consiglieri al presidente e l'esposto alla Consob dell'Ad, si è arrivati al redde rationem di oggi.
Intorno alle posizioni di Della Valle si è andata coagulando una maggioranza di consiglieri, inclusi i tre indipendenti e i due rappresentanti del primo azionista Mediobanca, che ha prima chiesto e ottenuto la convocazione del cda straordinario e poi prospettato con decisione l'intenzione di procedere a una mozione di sfiducia. Da qui, il passo indietro di Geronzi, sofferto ma inevitabile.
Dimissioni, quelle del presidente, che sono seguite ad altre due uscite eccellenti dal cda delle Generali, a testimoniare come la tensione sia salita progressivamente, in un crescendo di atti sempre più plateali. Il 21 febbraio è stato Leonardo Del Vecchio a inaugurare la serie, rimettendo il suo mandato. Il suo gesto, nonostante smentite e puntualizzazioni, è stato letto come una presa di distanza da Geronzi e dalla sua intervista al 'Financial Times' in cui delineava strategie della compagnia di Trieste mai discusse con gli altri consiglieri.
Già il 16 marzo si è sfiorato lo scontro decisivo. E' il giorno in cui Bolloré ha formalizzato la sua clamorosa astensione sul bilancio 2010, durante un cda che ha visto aleggiare lo spettro di due mozioni contrapposte, una contro l'Ad e una contro il presidente.
Il 5 aprile a dimettersi è stata Ana Patricia Botin, la figlia di Emilio Botin, potente banchiere del Santander. Ufficialmente la decisione è stata motivata dall'assunzione di nuovi incarichi nell'ambito del gruppo bancario spagnolo, che hanno accresciuto le sue difficoltà, già preesistenti, ad assolvere in pieno ai doveri inerenti alla carica di amministratore di Generali. Il comunicato ufficiale non ne ha fatto ovviamente cenno, ma nelle dimissioni potrebbe aver pesato anche il disappunto nell'assistere alle turbolenze al vertice delle Generali. Che oggi sono culminate nel colpo di scena, la resa del banchiere di Marino.
