Washington, 19 gen. (Adnkronos/Washington Post) - Il latino non è più la lingua franca della botanica. Il doppio nome latino delle piante (codificato come norma da Linneo a metà Settecento) già classificate verrà mantenuto, ma le nuove specie possono, già dal primo gennaio di quest'anno, essere descritte in altro modo. La decisione è stata presa al Congresso internazionale di botanica, che si riunisce ogni sei anni, lo scorso luglio a Melbourne, da una larga maggioranza dei delegati. Non si tratta di un cavillo accademico: ogni anno infatti vengono scoperte, e quindi nominate, circa 2mila specie di piante, funghi e alghe, e una specie su cinque di quelle che si stimano esistere sulla terra deve ancora essere scoperta (solamente i botanici dello Smithsonian ne individuano circa cento nelle loro missioni in giro per il mondo o nell'erbario nazionale in cui sono conservate circa 5 milioni di specie, al Natural History Museum). Non è questo l'unico elemento della liberalizzazione della botanica introdotto: notizia delle nuove specie, per essere considerate tali dalla comunità scientifica, potrà essere data solo sul web, su riviste elettroniche, e non più necessariamente anche su una rivista su carta. La cerimonia della nomina ''segna l'inizio della storia dello studio della specie, non la fine'', spiega James Miller, del New York Botanical Garden, in una intervista al Washington Post, in cui annuncia la riforma sottolineandone l'importanza. Il primato mantenuto per oltre 400 anni dal latino, ben prima cioè della pubblicazione dello Species Plantarum di Linneo, nel 1753, e sancito come obbligo nel 1908, è quindi destinato a terminare. Così come è accaduto in zoologia alcuni anni fa. Anche se la decisione è stata presa con una larga maggioranza, ci sono voci di dissenso. Il sistema latino preveniva le frodi, si denuncia, che in botanica spesso si traducono in un facile guadagno. E poi, la perdita del latino sancirà anche quanto sta avvenendo alla botanica, sempre più caratterizzata da termini chimici e molecolari, perfino più ostici, per i non specialisti, del latino. "Non si tratta di una perdita per il latino, ma di una normale evoluzione delle scienze, in questo caso della botanica, ma che presto coinvolgerà tutte le scienze", ha commentato all'Adnkronos Antonio La Penna. Il professore, emerito latinista dell' Università di Firenze, ha sostenuto di essere "favorevole alla sostituzione della nomenclatura in latino per le specie botaniche con un termine più semplice e familiare, di uso più pratico per gli studenti e le persone comuni". Secondo il professore, infatti, si tratta di un problema interno al settore, che semplicemente ottimizza e semplifica il lavoro, ma che non sminuisce la lingua. "Il latino nel mondo dotto avrà sempre una sua permanenza nelle lettere, nella filosofia, nel diritto; nell' area scientifica non ha motivo di sussistere, sebbene bisogna tenere in considerazione che la vecchia nomenclatura di Linneo resta immutata, e con essa la necessità di sapersi destreggiare tra i vecchi termini latini", ha concluso il latinista