Tiananmen, 23 anni dopo. "Ora verità sul massacro". Cina respinge l'appello Usa
Pechino, 4 giu. (Adnkronos/Ign) - Dopo 23 anni dai fatti di Tienanmen è arrivato il momento che la Cina dica la verità sul massacro e condanni la sanguinosa repressione del movimento democratico. E' la richiesta avanzata dalla "madri di Tienanmen", il gruppo di donne che hanno perso figli e familiari nell'attacco lanciato dai tank cinesi contro le migliaia di persone che, dall'aprile di quell'anno, sognavano che anche in Cina soffiasse il vento che in quei mesi faceva crollare i regimi sovietici in Europa.
L'anniversario del massacro è segnato dalla richiesta ufficiale di Washington che Pechino fornisca "una lista completa pubblica delle persone che furono uccise, di quelle che furono arrestate e di chi risulta ancora disperso". E liberi tutti i prigionieri ancora detenuti per i fatti di Tienanmen. Il 4 giugno del 1989 l'esercito cinese disperse con i carri armati gli studenti, intellettuali ed operai che dall'aprile avevano avviato nella piazza una protesta per chiedere le riforme democratiche. Non è mai stato fornito un bilancio ufficiale delle vittime di quello che fu un massacro, ma secondo Amnesty International rimasero uccise oltre mille persone, con 10 mila feriti e migliaia di arrestati.
Anche in Cina i dissidenti hanno tentato delle timide proteste per l'anniversario, ma è scattata subito la repressione preventiva di Pechino che ha arrestato, messo ai domiciliari e sotto sorveglianza. E' anche scattata la censura su Internet, con il blocco su Rete e social network di ogni argomento legato ai Tienanmen.
Legata alla richiesta di liberare tutti i prigionieri ancora detenuti per i fatti di Tienanmen, il dipartimento di Stato americano ha chiesto a Pechino di mettere "fine alle continue persecuzioni dei partecipanti a quelle manifestazioni e alle loro famiglie. Noi rinnoviamo la nostra richiesta alla Cina di proteggere i diritti universali di tutti i suoi cittadini".
Dagli Stati Uniti "accuse senza fondamento" e "interferenze negli affari interni cinesi", è stata la risposta di Pechino alle richieste americane. "Gli Stati Uniti hanno ignorato i fatti e diffuso queste dichiarazioni anno dopo anno, facendo accuse senza fondamento al governo cinese ed interferendo in modo arbitrario nelle questioni interne cinesi", ha detto il portavoce del ministero degli esteri, Liu Weimin. "La Cina esprime una forte contrarietà e una netta opposizione a questi comportamenti", ha poi aggiunto.
Per il governo cinese in quella che viene definita una legittima reazione ad un tentativo controrivoluzionario rimasero uccise 241 persone, compresi dei militari, con 7 mila feriti. Secondo Human Rights Watch, almeno una decina di dissidenti sono ancora in prigione per i fatti di Tienanmen.
Nei giorni in cui il mondo assisteva all'orrore del massacro di Tienanmen, era stato il megafono del regime nel giustificare l'uso dei tank in assetto di guerra contro i dimostranti disarmati, parlando di un "complotto" orchestrato "da piccoli gruppuscoli". Ma oggi Chen Xitong, l'ex sindaco di Pechino, 81enne e malato di cancro, travolto da accuse di corruzione, per la prima volta in 23 anni, si allontana dalla versione ufficiale e ammette che il bagno di sangue "è una tragedia che poteva e doveva essere evitata, nessuno sarebbe morto se le cose fossere state gestite in modo corretto".
Il primo, anche se ancora parziale, ripensamento dell'anziano, e malato, ex membro del Comitato Centrale è stato raccolto da Yao Jianfu, un ricercatore governativo in pensione, che ha pubblicato un libro intervista - dal titolo "Colloqui con Chen Xintong" - che è stato pubblicato ad Hong Kong in occasione dell'anniversario del massacro.
