Ddl anti-corruzione, bocciate le proposte di modifica. Governo verso la fiducia
Roma, 7 giu. (Adnkronos/Ign) - Su richiesta del governo, slitta a martedì l'esame alla Camera del ddl anti-corruzione. Lo ha deciso la riunione della Conferenza dei capigruppo, durante la quale l'esecutivo ha ipotizzato l'ipotesi di ricorrere alla fiducia sulla parte penale del provvedimento, optando per la formula del maxiemendamento, qualora non si riuscisse a superare l'impasse.
Stamattina, ai Comitati ristretti delle Commissioni Affari costituzionali e Giustizia, il ministro Paola Severino ha sciolto le riserve, dichiarando il no dell'esecutivo agli emendamenti relativi alle norme sulle sanzioni penali per la concussione e la corruzione e esprimendo dunque la volontà, a quanto riferiscono fonti parlamentari, di mantenere invariato il suo testo.
Tra le proposte di modifica bocciate, anche l'emendamento del Pdl firmato da Francesco Paolo Sisto e noto come norma salva-Ruby per le probabili ripercussioni sul processo per concussione in cui è imputato a Milano l'ex premier Silvio Berlusconi. La scelta del governo, secondo molti, confermerebbe la volontà dell'esecutivo di mettere la fiducia, probabilmente martedì prossimo, sulla parte penale del provvedimento, optando per la formula del maxiemendamento.
Al momento appaiono incagliate anche le norme, contenute nell'articolo 10, per bloccare le candidature in Parlamento di chi ha subito condanne. Fonti parlamentari sostengono che anche questo articolo finirà nel maxi-emendamento del governo sul quale verrà posta la fiducia. Questa mattina l'articolo è stato al centro del Comitato ristretto delle Commissioni Giustizia e Affari costituzionali, creando non pochi dissapori. Da un lato Idv e Pd propongono di estendere il veto anche a chi ha subito una condanna in primo grado, ma solo per i reati più gravi: mafia e terrorismo, ma anche concussione e corruzione, tra gli altri. Dall'altra Pdl e Udc ritengono sia necessario circoscrivere le norme solo ai casi di sentenze passate in giudicato.
Via libera invece dell'Aula della Camera all'articolo 12 che restringe la possibilità per i magistrati di assumere incarichi fuori ruolo, in altre amministrazioni o Authority. Dopo un lungo braccio di ferro, passa la norma del democratico Roberto Giachetti, che prevede che gli incarichi fuori ruolo, nella carriera dei magistrati ordinari, amministrativi, contabili e degli avvocati e procuratori dello Stato, non possano assommare a più di dieci anni e in ogni caso non possano durare per più di cinque consecutivi. Chi verrà collocato fuori ruolo potrà mantenere "esclusivamente il trattamento economico fondamentale dell'amministrazione di appartenenza": niente doppi stipendi dunque. Inoltre, tale disposizione si applicherà anche agli incarichi già in corso.
