Roma, 16 lug. (Adnkronos) - Che siano per pentirsi di un insulto, come nel caso, 'freschissimo', del vice presidente del Senato Roberto Calderoli; di un calcio sugli stinchi che stende l'avversario durante una (poco onorevole) rissa, come e' accaduto al Consiglio comunale di Ostia; o del furto (semi-inconsapevole) dell'ombrello di un collega, nel Parlamento svizzero, le scuse pronunciate in aula sono sempre un gesto apprezzabile, che restituisce un po' di dignità ad una classe politica che negli ultimi anni non ha riscosso grandi consensi presso l'opinione pubblica. L'ultimo episodio in ordine di tempo, più deflagrante di tanti altri, è quello che ha visto protagonista Calderoli, che appena due giorni fa aveva paragonato la ministra dell'Integrazione Cecile Kyenge a un orango, scatenando un fiume di polemiche e reazioni, compresa quella del Colle. Oggi, nell'emiciclo di Palazzo Madama, Calderoli si è scusato, senza però dimettersi, come gli era stato chiesto da più parti: "E' stato uno sbaglio, perché ha "spostato il confronto dal piano politico a quello personale", ha detto l'ex ministro. A fine giugno, era stato un altro leghista, spesso sui giornali per frasi non proprio da gentleman, come Mario Borghezio, a scatenare le polemiche per le parole offensive contro il governo "del bonga bonga" e, ancora, contro la ministra Kyenge che "ci vuole imporre le tradizioni tribali del Congo": la sua lettera di scuse è stata letta in aula dal presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. Un mese dopo, però, Borghezio ci è ricascato, sparando a zero sull'allora ministro Iosefa Idem. A scusarsi, in sua vece, è stato in aula alla Camera il deputato Gianluca Pini: "rispettiamo il ministro Idem come donna e come atleta". Scuse in aula non solo nell'emiciclo di Montecitorio o a Palazzo Madama. Accade che i politici si pentano di quanto detto, o fatto, anche in altre assemblee elettive. Come è accaduto al Consiglio comunale di Macerata nell'aprile di quest'anno, quando il consigliere Udc Massimo Pizzichini si è dovuto scusare pubblicamente a nome del collega Ivano Tacconi che aveva insultato la vice presidente del Consiglio, la pidiellina Deborah Pantana, mettendo in dubbio le sue caratteristiche femminili: "Una donna? Ma quale donna... mia moglie è una donna". A volte dalle parole si passa ai fatti, per poi pentirsi e scusarsi. Come è accaduto nell'aula consiliare del Municipio XIII di Ostia, dove il consigliere del Pdl Pier Francesco Marchesi, nel bel mezzo di una bagarre scoppiata in aula, ha tirato un calcione al collega dell'opposizione Paolo Orneli, mettendolo al tappeto. Poi, le mega-scuse: "Chiedo scusa all'Italia, alla mia famiglia e a quella del consigliere Orneli, ai cittadini, alle forze dell'ordine", accorse per sedare i tafferugli, "con gli operatori del 118 arrivati per medicare l'Orneli ferito". Per i civilissimi svizzeri, neppure il furto di un ombrello può passare sotto silenzio: a denunciarlo in aula, nell'ottobre 2012, il popolare democratico Carlo Luigi Caimi, tanto da indurre il presidente dell'Assemblea a chiedere un'informativa scritta al deputato su modello e colore del parapioggia sparito, annunciando che il colpevole sarebbe comunque stato scoperto grazie alle telecamere di sicurezza. A quel punto, è arrivata la confessione del socialista Gianrico Corti, che si è scusato in aula, anche se autoassolvendosi in parte: anche il suo ombrello era sparito, ed era "praticamente uguale" a quello del collega. Anche i presidenti si scusano. In aula. Come ha fatto nel settembre del 2012 l'allora presidente della Regione Lazio Renata Polverini dopo lo scandalo legato all'ex capogruppo del Pdl Franco Fiorito, indagato per peculato dalla Procura di Roma: "Ho deciso di venire qui per chiedere scusa a nome di tutti quanti noi ai cittadini del Lazio per quello che hanno dovuto leggere in questi giorni e ascoltare su ciò che si è consumato all'interno di questa istituzione'', le sue parole. E si scusano, quando le circostanze lo richiedono, anche ministri e sottosegretari. Nell'ottobre del 2012, il sottosegretario all'Interno Carlo De Stefano, si scusò nell'aula di Montecitorio a nome del governo per come era stata gestita la vicenda del bambino di 10 anni di Padova prelevato a forza da scuola su ordine del tribunale dei minori. Scuse in aula anche per il ministro 'tecnico' Piero Giarda, fresco di nomina: ha il compito di dare i pareri dell'esecutivo sugli ordini del giorno relativi alla manovra economica. "Sull'odg 61, Mecacci & Company….", dice ad un certo punto, ironico, subito ripreso dal presidente Fini: "dottor Giarda, la prego di essere più rispettoso: 'Mecacci e altri'. Sorpreso dal tono di Fini il ministro fa buon viso a cattivo gioco: "va bene, grazie dell'osservazione… Chiedo scusa". Quando scappa, scappa. Poi, però, le scuse sono il minimo che si possa fare. Come è successo nel 2011 a Gennaro Malgieri, all'epoca deputato del centrodestra. Era andato in bagno poco prima del voto sul rendiconto, mancando la votazione. Subito dopo, in aula, ha preso la parola per scusarsi dell'assenza: "ma se fossi stato presente -ha detto- avrei votato a favore". Nella scorsa legislatura, spesso, in aula alla Camera, si è sentita la voce dell'ex deputato Idv Francesco Barbato, non sempre in linea con la sobrietà verbale che il luogo richiederebbe. Nel luglio dello scorso anno, Barbato si scagliò contro la maggioranza: "Da parte di tutti i giovani vi dico che avete rotto i cogl...". Alla fine della inevitabile bagarre, il vice capogruppo dipietrista Antonio Borghesi si scusò "per l'atteggiamento indecoroso" del collega. A volte, le scuse hanno assunto un tono solenne, perché legate a tragedie indelebili. Come quando, nel marzo del 2008, alla Knesset, il Parlamento israeliano, la Cancelliera tedesca Angela Merkel si scusò a nome della sua nazione per la tragedia della Shoah: "Copre noi tedeschi di vergogna e io mi inchino davanti ai sei milioni di ebrei uccisi, e mi inchino davanti ai sopravvissuti e davanti a coloro che li aiutarono a salvarsi".