Dal licenziamento al pieno reintegro, il caso Melfi
Potenza, 31 lug. (Adnkronos) - Con la sentenza di oggi, la Corte di Cassazione ha chiuso la vicenda giudiziaria dei tre operai licenziati e successivamente reintegrati (ma mai riammessi sulle linee della fabbrica) alla Fiat di Melfi. Giovanni Barozzino (oggi senatore di Sinistra Ecologia e Libertà) e Antonio Lamorte, rappresentanti sindacali della Fiom Cgil, e Marco Pignatelli, iscritto Fiom, vennero licenziati nell'estate del 2010, pochi giorni dopo uno sciopero spontaneo in fabbrica avvenuto durante il turno di notte tra il 6 ed il 7 luglio di tre anni fa.
Inquadrando nel contesto di quel periodo, erano giorni tesi nelle relazioni tra la Fiom e l'azienda: meno di un mese prima, il 15 giugno, era stato firmato l'accordo per Pomigliano, non siglata dall'organizzazione di Landini. Per quello sciopero a Melfi, i tre operai furono incolpati di aver bloccato un carrello automatizzato per il trasporto della componentistica alle linee di produzione. Tale accusa è stata respinta dai tre operai.
Quel carrello - hanno sempre sostenuto i tre lavoratori di Melfi - ebbe un guasto e non fu manomesso. Protestarono anche salendo su un palazzo monumentale di Melfi sotto il sole. E' seguito un braccio di ferro nelle aule della giustizia molto intenso ed il corso della giustizia, alla fine, ha dato ragione definitivamente.
Barozzino, Lamorte e Pignatelli avevano ottenuto il reintegro dal giudice del lavoro di Melfi un mese dopo il licenziamento. La Fiat aveva fatto ricorso e non aveva fatto entrare i tre nella fabbrica, pur garantendo la retribuzione. I loro badge ai tornelli della fabbrica erano attivi solo per superare i tornelli ma non per accedere alle linee di produzione, potevano accedere solo ad una saletta per attività sindacale.
In quei giorni i tre operai avevano anche lanciato un appello al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per essere riammessi al lavoro. Per la decisione della Fiat di non reintegrarli sul posto di lavoro ma solo nella retribuzione, si apre un altro capitolo davanti al tribunale di Melfi. Dopo alterni giudizi, viene accolto il ricorso della Fiat. La decisione viene ribaltata a febbraio dell'anno scorso dalla Corte d'appello di Potenza che stabilisce invece il reintegro. Anche stavolta la Fiat non riammette i lavoratori in fabbrica.
Si giunge, così alla sentenza della Suprema Corte. Nel frattempo, nella vicenda giudiziaria, si è aperto a giugno un capitolo di tipo penale. I tre operai sono stati citati in giudizio dalla Procura di Melfi per violenza privata e turbata libertà dell'industria, sempre per la vicenda del carrello robotizzato. I difensori e la Fiom Cgil confidano che la sentenza della Cassazione che ha dato ragione ai lavoratori porti a chiudere anche questa parentesi.
