Roma, 6 dic. (Adnkronos/Ign) - Una società "sciapa", dove "si vede circolare troppa furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso e disinteresse per le tematiche di governo". Così viene definita la realtà italiana dal Censis, nel suo Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese, presentato nella sede del Cnel dal suo presidente, Giuseppe De Rita. "L'affanno degli ultimissimi anni ci ha tolto la tensione a vivere con vigore e fervore. E senza il fervore non si diventa solo sciapi, si diventa anche malcontenti, quasi infelici", perché viviamo un grande, inatteso ampliamento delle diseguaglianze sociali. Troppa gente non cresce, ma declina nella scala sociale. Da ciò nasce uno scontento rancoroso, sottolinea il Censis che avverte: c'è il rischio che in una società sciapa "l'unico fervore, ovvero l'unico 'sale', sia quello dell'antipolitica". Il Rapporto spiega che "la nostra società ha subito nel tempo continui intrecci di innovazione e di regressione". E osserva criticamente che "nella dialettica sociale e politica degli ultimi mesi si sono imposte tre tematiche e tre convinzioni: la prima è che l'Italia è sull'orlo del baratro o dell'abisso; la seconda è che i pericoli maggiori derivano dal grave stato di instabilità, economia o politica che sia; la terza è che non abbiamo una classe dirigente adeguata a evitare il pericolo del baratro e a gestire l'instabilità". Gli italiani vedono nero il proprio futuro in particolare sul lavoro. Ben un quarto degli occupati è convinto che nei primi mesi del 2014 la propria condizione lavorativa andrà peggiorando; il 14,3% pensa che avrà a breve una riduzione del proprio reddito da lavoro e il 14% di poter perdere l'occupazione. La novità è che ora questa paura interessa trasversalmente la popolazione italiana "dalle fasce generazionali più giovani a quelle più adulte". Se anche nel 2013 è proseguita l'emorragia di posti di lavoro tra i giovani - con una perdita netta nel primo semestre di 476.000 occupati (-8,1%), che si sommano al milione e mezzo circa bruciati dall'inizio della crisi- anche nella fascia d'età successiva, tra i 35 e i 44 anni, il numero degli occupati è diminuito di quasi 200.000 unità, registrando una contrazione del 2,7%. E sono quasi 6 milioni gli occupati che nell'ultimo anno si sono trovati a fare i conti con una o più situazioni di instabilità e precarietà lavorativa, ai quali si aggiungono 4,3 milioni che non trovano un'occupazione. Il contesto ha determinato una vera e propria fuga all'estero. L'Italia oltre confine ammonta a oltre 4,3 milioni di connazionali. Nell'ultimo decennio il numero di cittadini che si sono trasferiti all'estero è più che raddoppiato, passando dai circa 50.000 del 2002 ai 106.000 del 2012 (+115%). Ma è stato soprattutto nell'ultimo anno che l'incremento si è accentuato (+28,8% tra il 2011 e il 2012)). Nel 54,1% dei casi si è trattato di giovani con meno di 35 anni. Chi se ne è andato lo ha fatto per cercare migliori opportunità di carriera e di crescita professionale (il 67,9%), per trovare lavoro (51,4%), per migliorare la propria qualità della vita (54,3%), per fare un'esperienza di tipo internazionale (43,2%), per lasciare un Paese in cui non si trovava più bene (26,5%), per vivere in piena libertà la propria vita sentimentale, senza essere vittima di pregiudizi o atteggiamenti discriminatori, come nel caso degli omosessuali (12%). Nel confronto con l'estero, per loro il difetto più intollerabile dell'Italia è l'assenza di meritocrazia, denunciata dal 54,9%, poi il clientelismo e la bassa qualità delle classi dirigenti (per il 44,1%), la scarsa qualità dei servizi (28,7%), la ridotta attenzione per i giovani (28,2%), lo sperpero di denaro pubblico (27,4%). Consumi indietro di 10 anni. Nel 2013 le spese delle famiglie sono tornate indietro di oltre dieci anni con il 69% delle famiglie italiane che nell'ultima parte dell'anno hanno ridotto o peggiorato la loro capacità di spesa, a fronte di un 2% che l'ha migliorata. "È il culmine di un lungo trend di decrescita, espressione di una radicale revisione al ribasso dei budget familiari. Meno sprechi, ma anche meno capacità di risparmio" afferma l'istituto di ricerca socio-economica. Dai primi anni 2000 a oggi sono diminuite del 6,7% le spese per prodotti alimentari, del 15% quelle per abbigliamento e calzature, dell'8% quelle per l'arredamento e per la manutenzione della casa, del 19% quelle per i trasporti. Viceversa sono cresciute le spese per utenze domestiche e manutenzione casa (+6,3%) e quelle medico-sanitarie (+19%). In questo contesto, quasi il 50% prevede di moderare e di contenere, nei prossimi mesi, le spese familiari. Secondo il Censis il 76% segue le promozioni, il 63% scegli gli alimenti in base al prezzo più conveniente, il 62% ha aumentato gli acquisti di prodotti di marca commerciale, il 68% ha diminuito le spese per cinema e svago, il 53% ha ridotto gli spostamenti con auto e scooter per risparmiare benzina, il 45% ha rinunciato al ristorante. Il 72,8% dele famiglie dichiara che avrebbe forti difficoltà a far fronte a una spesa improvvisa, ma per il 24,3% costituisce un problema anche il pagamento delle tasse, e per il 22,6% il pagamento di bollette, rate e assicurazioni. Il Censis sottolinea poi che 1,2 milioni di famiglie non sono riuscite a coprire le spese con il proprio reddito e hanno fatto ricorso a prestiti di amici. E sono poco meno di 8 milioni le famiglie che hanno ricevuto dai parenti una forma di aiuto nell’ultimo anno. Il Sud sempre più indietro. La crisi ha accentuato il divario tra Sud e Centro-Nord: il Pil pro-capite nel Mezzogiorno è di 17.957 euro, il 57% di quello del Centro-Nord, con un'alta concentrazione di famiglie materialmente povere. I dati mostrano un serio peggioramento dell'incidenza del Pil del Mezzogiorno su quello nazionale che è passata dal 24,3% al 23,4% nel periodo 2007-2012, frutto di una contrazione di 41 miliardi, il 36% dei 113 persi dall'Italia a causa della crisi. Nel Sud si contrae anche la base produttiva che nel 2013 conta 39.500 imprese in meno rispetto al 2009, tra cui 9.900 scomparse nel manifatturiero. Nel Mezzogiorno, inoltre, il Censis rileva criticità nel mercato del lavoro, con un tasso di occupazione del 42,1% nel secondo trimestre del 2013, a fronte del 55,7% nazionale, e un tasso di disoccupazione che sfiora il 20% (8 punti in più rispetto alla media del Paese). In aggiunta, continua il Censis, nel Mezzogiorno sono a rischio di povertà 39 famiglie su 100 a fronte di una media nazionale del 24,6%. Altro problema quello della scuola e istruzione . Il 21,7% della popolazione italiana con più di 15 anni ancora oggi possiede al massimo la licenza elementare. Per quanto si tratti di un fenomeno concentrato nelle fasce d'età più anziane, un campanello d'allarme squilla per il 2% di 15-19enni, l'1,5% di 20- 24enni, il 2,4% di 25-29enni e il 7,7% di 30-59enni che non hanno mai conseguito un titolo di scuola secondaria di primo grado. "E anche per quel 56,2% di ultrasessantenni senza licenza media (23% tra gli occupati) - si legge - i vantaggi di un 'ritorno a scuola' sarebbero indiscutibili per il rafforzamento del loro kit di strumenti utili ad affrontare le sfide della complessità sociale". Inoltre in Italia resta un problema la dispersione scolastica: oltre il 10% degli alunni italiani abbandona infatti gli studi al primo anno delle scuole secondarie di II grado. Seppure si tratti di dati decrescenti dal 2009, si rileva che in Italia nel 2011 alla fine del primo anno aveva abbandonato gli studi l'11,4% degli studenti iscritti. Lo stesso indicatore nelle regioni del Nord e del Centro era di poco superiore al 10% (nell'ordine, 10,4% e 10,3%), mentre le regioni meridionali si contraddistinguevano per la maggiore intensità dei rispettivi tassi di abbandono, con valori pari al 13% nel Mezzogiorno in complesso e al 14,9% nelle sole isole. Le energie affioranti per ripartire. Secondo il Censis negli anni della crisi abbiamo avuto il dominio di un solo processo, che ha impegnato ogni soggetto economico e sociale: la sopravvivenza. C'è stata la reazione di adattamento continuato (spesso il puro galleggiamento) delle imprese e delle famiglie. Abbiamo fatto tesoro di ciò che restava nella cultura collettiva dei valori acquisiti nello sviluppo passato (lo 'scheletro contadino', l'imprenditorialità artigiana, l'internazionalizzazione su base mercantile), abbiamo fatto conto sulla capacità collettiva di riorientare i propri comportamenti (misura, sobrietà, autocontrollo), abbiamo sviluppato la propensione a riposizionare gli interessi (nelle strategie aziendali come in quelle familiari). Da qui i segnali di quella che il Rapporto Censis definisce "vecchia o nuova vitalità": una sempre più attiva responsabilità imprenditoriale femminile (nell'agroalimentare, nel turismo, nel terziario di relazione); la faticosa affermazione degli immigrati in termini imprenditoriali; la 'green economy', con una forte carica di immedesimazione fra vita locale e imprese locali; la nuova edilizia di recupero e non di consumo del suolo; l'importanza crescente dell'Italia "orizzontale" che vive e opera all'estero, sempre più protagonista "nella grande platea della globalizzazione"; Il rapporto Censis vede poi nuovi spazi imprenditoriali e occupazionali in due ambiti: revisione del welfare - che fa registrare insieme "una crescita del welfare privato basato sull'impegno finanziario diretto dei singoli e delle famiglie di 'tasca propria', del welfare comunitario che si attua con la spesa degli enti locali e del volontariato, del welfare aziendale che tende a coprire bisogni specifici e del welfare associativo con il ritorno a logiche mutualistiche e di categoria - e economia digitale dalle reti infrastrutturali di nuova generazione al commercio elettronico, dalla elaborazione intelligente di grandi masse di dati agli applicativi basati sulla localizzazione geografica, dallo sviluppo degli strumenti digitali ai servizi innovativi di comunicazione, alla crescita massiccia di giovani 'artigiani digitali'. Le donne come nuovo ceto borghese produttivo. Capacità di resistenza e adattamento difensivo, ma anche di innovazione, rilancio e cambiamento, sono tratti essenziali delle strategie messe in atto dalle donne nel mondo produttivo. Alla fine del secondo trimestre del 2013, le imprese con titolare donna erano 1.429.880, il 23,6% del totale. Nell'ultimo anno il saldo è positivo (quasi 5.000 unità in più). Le 'imprese rosa' sono concentrate nel commercio (28,7%), in agricoltura (16,2%), nei servizi di alloggio e ristorazione (9,2%). Sono prevalentemente di piccole dimensioni (quasi il 69% ha meno di un addetto) e di tipo individuale (il 60% del totale). L'incremento più significativo nell'ultimo anno si registra però per le società di capitali: 9.027 unità in più, +4,2%. E la partecipazione delle donne come libere professioniste al mercato del lavoro ha registrato un incremento del 3,7% tra il 2007 e il 2012. Gli immigrati. Nonostante non manchino fenomeni di irregolarità e circoscritte violazioni delle norme di sicurezza, l'impresa immigrata è ormai una realtà vasta e significativa nel nostro Paese. Sono 379.584 gli imprenditori stranieri che lavorano in Italia: +16,5% tra il 2009 e il 2012, +4,4% solo nell'ultimo anno. L'imprenditoria straniera rappresenta l'11,7% del totale. Si concentra nelle costruzioni (il 21,2% del totale) e nel commercio al dettaglio (20%). Di fronte alla crisi che sta colpendo i negozi italiani, che dal 2009 sono diminuiti del 3,3%, gli stranieri sono invece cresciuti del 21,3% nel comparto al dettaglio (dove gli esercizi commerciali a titolarità straniera sono 120.626) e del 9,1% nel settore dell'ingrosso (21.440). Quanto alla nazionalità dei proprietari, oltre 40.000 negozi sono gestiti da marocchini e più di 12.000 da cinesi. Sono 85.000 gli stranieri che lavorano in proprio e hanno dipendenti italiani e/o stranieri. Negli ultimi quattro anni, mentre gli italiani diminuivano del 3,6%, sono aumentati del 14,3%. Infine quasi tutti i giovani italiani sono connessi a internet mentre solo una ridotta percentuale di aziani nostri connazionali è utente della rete. Nel 2013 tra i giovani la quota di utenti della rete arriva al 90,4%, mentre è ferma al 21,1% tra gli anziani. Il 75,6% dei giovani è iscritto a Facebook contro appena il 9,2% degli anziani, il 66,1% degli under 30 usa telefoni smartphone, ma lo fa solo il 6,8% degli over 65, aggiunge l'istituto di ricerca socio-economica. I giovani che guardano la web tv (il 49,4%) sono diciotto volte di più degli anziani (il 2,7%); il 32,5% dei primi ascolta la radio attraverso il cellulare, contro solo l'1,7% dei secondi; e mentre il 20,6% dei giovani ha già un tablet, solo il 2,3% degli anziani lo usa, rileva ancora il Censis.