Ancora un suicidio in carcere, detenuto si impicca a Rebibbia
Roma, 6 gen. (Adnkronos/Ign) - Si è impiccato incastrando una camicia nella cerniera della porta del bagno nella sua cella del carcere romano di Rebibbia Nuovo Complesso. Così si è tolto la vita un detenuto italiano di 52 anni. Si tratta del primo decesso nelle carceri del Lazio nel 2014. La notizia è stata resa nota dal Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni.
L'episodio è avvenuto domenica sera, intorno alle 23. A quanto appreso dai collaboratori del Garante, la vittima è un detenuto in attesa di giudizio, in carcere dallo scorso luglio per aver ucciso a Roma la madre, con cui era tornato a vivere da qualche tempo. Subito dopo l'arresto, l'uomo era stato recluso a Regina Coeli e da qui, successivamente, trasferito all'osservazione psichiatrica di Rebibbia Nuovo Complesso. Nei prossimi giorni avrebbe dovuto essere trasferito nel reparto per minorati psichici di Rebibbia Penale.
"Il primo decesso del 2014 nelle carceri del Lazio - ha detto il Garante Angiolo Marroni - riporta drammaticamente in primo piano il problema dei reclusi con gravi problemi psicologici. Il carcere è un luogo duro, in grado di piegare anche i caratteri più forti, figurarsi l'impatto che può avere con quanti hanno già delle sofferenze psichiche. Il problema è che, spesso, il sovraffollamento non consente di capire se queste persone abbiano una sofferenza tanto grave da indurle a privarsi della vita. Per questo occorre passare immediatamente dalle parole ai fatti, per tornare ad un sistema detentivo che, nel pieno spirito del dettato costituzionale, rimetta al centro la persona e la tutela dei suoi diritti".
Il vicesindaco di Roma Capitale, Luigi Nieri, ricorda che ''i suicidi nelle carceri italiane hanno una frequenza circa 19 volte maggiore rispetto a quelli delle persone libere. I detenuti che si tolgono la vita, spesso, lo fanno negli istituti dove le condizioni di vita sono particolarmente difficili a causa del sovraffollamento, ma anche delle poche attività trattamentali e della scarsa presenza del volontariato. Anche per questo le attività trattamentali vanno finanziate, il volontariato sostenuto e il sovraffollamento sistemico sconfitto''.
''Con il sovraffollamento, paradossalmente, aumenta la solitudine dei detenuti, visto che diminuisce, in termini di tempo disponibile, l'attenzione che gli operatori possono dedicare ai singoli reclusi - conclude Nieri - Bisogna tutelare la dignità delle persone incarcerate costruendo per loro un percorso di riabilitazione effettiva, per non togliere a una persona già privata della libertà personale, anche il rispetto di se stesso e la voglia di vivere. La pena, è scritto nella nostra Costituzione, deve avere funzioni rieducative''.
