Roma, 9 gen. - (Adnkronos/Ign) - Tre anni di reclusione e 2 milioni di euro di multa, per l'ex ministro Claudio Scajola e l'imprenditore Diego Anemone. E' questa la condanna chiesta dai pubblici ministeri Roberto Felici e Ilaria Calò al termine della requisitoria del processo che li vede imputati di finanziamento illecito in relazione all'acquisto in via del Fagutale a Roma, davanti al Colosseo, di un appartamento abitato da Scajola. Secondo quanto sostenuto dall'accusa l'imprenditore avrebbe pagato, attraverso l'architetto Angelo Zampolini (e “all’insaputa” di Scajola, come dichiarato più volte da quest’ultimo) gran parte dell'immobile: circa 1 milione e 100mila euro su una spesa di 1 milione e 700mila. Lo stesso Zampolini avrebbe poi commissionato i lavori di ristrutturazione dell'appartamento per altri 100 mila euro. La transazione si concluse nel 2004 e per questa vicenda Scajola si dimise da ministro. ''La richiesta dell'accusa è pesante e in contrasto con quanto emerso durante tutto il dibattimento. L'avvocato Elisabetta Busuito, nella sua arringa, ha dimostrato puntualmente l'insussistenza dei fatti che mi sono stati contestati e il 27 prossimo l'avvocato Giorgio Perroni svolgerà la sua discussione. Mi sono fatto da parte per quasi 4 anni, in attesa di chiarezza da parte della magistratura, di cui ho piena fiducia. Attendo quindi con serenità la sentenza del 31 gennaio", ha commentato l'ex ministro ed esponente di Forza Italia. Alla richiesta di condanna per Scajola e Anemone i pubblici ministeri Calò e Felici sono giunti dopo avere esaminato l'intera vicenda dalla quale emerge senza ombra di dubbio che l'ex ministro Scajola era ben al corrente che qualcuno, per quanto riguarda l'appartamento di via del Fagutale, avrebbe versato 1 milione e 100mila euro in aggiunta alle altre 600mila euro provenienti da un mutuo. "Il fatto compiuto è gravissimo per l'entità del dolo e perchè rientra in un esteso sistema corruttivo che è andato avanti dal 1999 al 2010", hanno detto nel loro intervento i pm aggiungendo che "in questo periodo di tempo Anemone ha ottenuto appalti per oltre 300milioni di euro coinvolgendo con il suo gruppo le istituzioni ai più alti livelli". Secondo i rappresentanti della pubblica accusa la questione che coinvolge Scajola non è un fatto isolato "ma è uno dei tanti episodi di corruzione a cui si voleva dare una veste politica". "L'elargizione di cui ha beneficiato Scajola - hanno affermato - era diretta al perseguimento da parte di Anemone di un arricchimento economico privato e personale". Diversa l'opinione della difesa dell'ex ministro. Nella sua arringa difensiva, l'avvocato Elisabetta Busuito ha infatti spiegato come “le prove documentali e testimoniali emerse durante il processo hanno messo in luce la superficialità e l'inesattezza delle indagini condotte dalla Guardia di finanza”. Inoltre, ha sostenuto il legale, “ogni correlazione tra movimenti bancari di società del gruppo Anemone e la dazione della differenza per il pagamento dell’appartamento non solo non ha prova che la suffraghi, ma si configura come una vera e propria illazione”. A giudizio del difensore "non vi è alcun riscontro provato che supporti il reato di finanziamento illecito e la perizia relativa ai flussi bancari ha rivelato come non vi sia traccia rispetto ad orari e modalità di versamento degli assegni".