Roma, 14 feb.(Adnkronos) - La 'marcia digitale dei 40mila' imprenditori del Piemonte sbarca davanti a Montecitorio per consegnare idealmente al palazzo della politica un fiore, anzi, per l'esattezza 5914 rose rosse, una per ogni impresa che ha aderito alla protesta partita giovedì da Torino e trasformatasi in un insolito flash mob, per dare corpo alla denuncia di immobilismo e indifferenza del governo verso le sorti dell'industria italiana. E se nel giorno di San Valentino le rose sono di rigore lo è anche lo slogan, riadattato per l'occasione: 'un amore non corrisposto', quello di una politica che non crede che la ripresa passi dalle imprese. Questi i numeri che snocciolano gli imprenditori: dal 2008 a oggi il Paese ha perso 9 punti di Pil e il 25% della produzione industriale. Il reddito disponibile è calato dell'11% in termini reali, la disoccupazione è al 13%, quella giovanile al 41% mentre l'edilizia ha perso il 50% di attività tornando ai livelli del 1967, interi settori produttivi sono a rischio desertificazione mentre il credit crunch azzoppa le piccole imprese. A guidare la delegazione il presidente dell'Unione industriali di Torino, Licia Mattioli, che dice: "Siamo allo stremo", incassando la telefonata di sostegno del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, in un giorno in cui il 'grido di dolore' degli industriali è attutito dalle fibrillazioni della politica dopo l'apertura della crisi e il cambio di testimone a Palazzo Chigi tra Enrico Letta e Matteo Renzi. La marcia, destinata inevitabilmente ad allargarsi a macchia d'olio, troverà spazio di discussione nel prossimo direttivo di Viale dell'Astronomia, il 19 febbraio, lo stesso che avrebbe dovuto accogliere il premier Letta per uno scambio di vedute sulle emergenze dell'economia e delle imprese. E il cambio della guardia, pur seguito con occhio attentissimo dagli imprenditori, soprattutto per i dicasteri che impattano direttamente sull'attività economica, dal ministero del Lavoro a quello dell'Economia, non modifica le priorità denunciate dagli industriali: taglio del cuneo fiscale, semplificazioni amministrative, taglio della burocrazia, del costo dell'energia. "Siamo allo stremo. Non c'è più tempo. Bisogna intervenire. Non è stato fatto nulla in questi mesi. Eppure noi siamo il motore di un Paese che purtroppo si sta arrestando", sintetizza per tutti il presidente dell'Unione industriale di Torino, Licia Mattioli, che non entra nel merito della 'staffetta' a Palazzo Chigi ma rinnova l'invito degli imprenditori: "Non è una questione di persone ma di fare, di chiunque voglia fare, e di risposte". E alla Cgil che giusto giovedì ricordava l'assenza di una qualche autocritica degli imprenditori nella crisi manda a dire: "Il nostro ruolo è stare qui in Italia e avere fabbriche; questa è più che una riflessione". "Sopravviviamo a stento", le fa eco il presidente dell'Unione industriale di Biella, Marilena Bolli. "I nodi da sciogliere sono sempre gli stessi, ce ne sono anche di quelli a costo zero... ma non abbiamo mai visto nulla", spiega per sintetizzare l'immobilismo del governo. E a dare concretezza ai ragionamenti è l'esempio che cita il presidente dell'Unione industriali di Vercelli-Valsesia, Giorgio Cottura: "Io lavoro con laboratori di ricerca in Italia e in Francia. Se investo 1 milione, però, in Francia ho un credito di imposta del 30%. Quindi se io avessi un altro milione da investire dove preferirei andare?". Anche l'area dell'astigiano è al collasso. "Mancano investimenti in infrastrutture, sgravi fiscali per gli investimenti e un taglio netto del costo del lavoro", dice Paola Malabaila, presidente dell'Unione industriale di Asti che mette in fila dati territoriali. "Pil -5,6%: produzione industriale -20%, cig +465% ma soprattutto straordinaria, e mille addetti in meno in edilizia", elenca guardando tra tutti gli interventi prioritari a quello sblocco del credito a cui il governo ha dato il via ma con il contagocce . "Miliardi che per noi sarebbero ossigeno puro", conclude chiedendo "interventi veloci con tempi, regole e ricette certe".