(AdnKronos) - Continua il braccio di ferro tra la Russia e l’Ucraina. Ma a preoccupare è soprattutto l’Iraq, dove è in corso un’avanzata dei jihadisti dell’Isis, che mette a repentaglio la fragile ‘stabilità’ del Paese e contribuisce a spingere al rialzo i prezzi del greggio, mettendo a ‘rischio’ la debole ripresa economica in atto. Le forti tensioni di questi giorni si fanno sentire sui mercati che mostrano molto ‘nervosismo’ temendo una nuova escalation nel Paese che, con l’11% delle riserve di idrocarburi del mondo, è il secondo Paese produttore di petrolio dell’Opec. Il prezzo del petrolio a New York, il light crude Wti, si colloca sopra i 106 barili al barile mentre il brent di Londra, dopo aver toccato un massimo da nove mesi venerdì scorso a 114,69 dollari al barile, si attesta intorno ai 112 dollari. “Il prezzo del petrolio nel breve periodo avrà un certo rialzo con i timori di un’escalation della crisi in Iraq”, spiega all’Adnkronos il professore di Storia economica all’Università degli Studi di Milano, Giulio Sapelli. A finire sotto il controllo delle milizie islamiche è infatti il nord dell’Iraq, l’area con la maggiore concentrazione di riserve petrolifere accertate. Il prezzo del greggio, sostiene a ‘The Telegraph’, Ole Hansen, commodities strategist di Saxo Bank, addirittura, “potrebbe aumentare rapidamente di 20 dollari al barile” compromettendo, in alcune aree, la ripresa dell’economia. E se l’emergenza Iraq è quella che preoccupa di più, il protrarsi della crisi tra Russia e l’Ucraina resta comunque un rischio che, almeno nel breve periodo, pesa sulla fragile ripresa dell’economia in Europa. La decisione della Russia di tagliare il gas all’Ucraina, dopo il fallimento domenica notte dei negoziati sul debito di Kiev, pesa infatti sui mercati energetici con il rischio di un taglio delle forniture di gas all’Europa: dall’Ucraina, infatti, passa il 15% circa del gas consumato in Ue. Ma nonostante tutto, sono molti gli osservatori che scommettono su una risoluzione positiva della crisi tra Mosca e Kiev. L’Europa, infatti, ha interesse ad intervenire il prima possibile per porre un termine ad una crisi che questo inverno potrebbe diventare molto più grave e, di fronte all’escalation della situazione in Medio Oriente, potrebbe avere anche un interesse a non ‘sanzionare’ troppo pesantemente la Russia che è uno dei principali produttori di petrolio nel mondo: nel 2012 ha prodotto 10,6 mln di barili al giorno di petrolio (+1,3% rispetto al 2011). “La crisi tra la Russia e l’Ucraina prima, e la crisi in Iraq poi, -sottolinea all’Adnkronos Luigi De Paoli, professore di Economia applicata dell’Università Bocconi- perturbano fortemente i mercati energetici. L’aumento dei prezzi sui mercati energetici, il rialzo del prezzo del greggio, testimoniano della preoccupazione per l’equilibrio tra la domanda e l’offerta. E’ chiaro che un ulteriore aumento della bolletta energetica è un ulteriore fattore di preoccupazione che contribuisce a minare la competitività delle nostre imprese”. “C’è ancora tempo”, sostiene De Paoli per risolvere la crisi tra la Russia e l’Ucraina. “Non siamo ancora in inverno e c’è da sperare che i due Paesi troveranno un accordo in tempo. L’Ue, con un riflesso egoistico e per garantirsi le forniture di gas, potrebbe aiutare l’Ucraina a pagare il suo debito o garantire un prestito”. Per quanto riguarda l’Iraq e il petrolio, in generale, “la situazione -spiega l’economista- è molto più complicata e rischia di fare volare il prezzo del petrolio anche perché il conflitto potenzialmente si può estendere a tutto il Medio Oriente”. E proprio di fronte ad una situazione di forte instabilità, la Russia recita ancora un ruolo di protagonista. “La Russia non solo produce gas ma -rileva De Paoli- è uno dei principali esportatori di petrolio. Dalla vendita di petrolio ricava circa 300 miliardi di dollari l’anno. Non conviene quindi un eventuale braccio di ferro tra Russia e Ue: a loro mancherebbero i proventi e a noi il petrolio. Siamo dipendenti da loro e loro da noi. Nessuno si può permettersi uno scontro molto aspro”. Dello stesso parere anche Sapelli. La situazione in Iraq, sottolinea l’economista, “è molto più grave rispetto alla crisi tra Ucraina e Russia. Le previsioni al 2030 prevedono che l’Iraq diventerà il più grande serbatoio di petrolio al mondo”. Proprio per questo è necessario “innescare subito un’iniziativa diplomatica” per cercare di risolvere la situazione politica del Paese. “Una caduta del presidente iracheno Al-Maliki sarebbe una catastrofe”, rileva Sapelli. In tutte le aree “serbatoio” di gas o di petrolio, dall’Iraq alla Libia passando dall’Egitto, aggiunge l’economista, “c’è un’emergenza o aree a rischio”. In Libia, la produzione di petrolio, che nel 2012 si attestava intorno ai 1,5 milioni di barili al giorno (dopo 0,479 mln nel 2011 con la caduta di Gheddafi) è scesa, con la chiusura dei principali pozzi petroliferi avvenuta verso la metà del 2013, a soli 250.000 barili al giorno. L’Ue piuttosto che litigare dovrebbe promuovere con gli Stati Uniti, la Russia e gli Stati del Golfo una conferenza internazionale per il Medio Oriente. Dovrebbe essere uno dei primi atti del presidente del Consiglio Matteo Renzi alla guida della presidenza Ue”. A fine 2012, secondo i dati del Bp Statistica Review, le riserve irachene accertate sono pari a 150 miliardi di barili. In Venezuela a 297,6 mld, in Arabia Saudita a 265,9 mld, in Canada a 173,9 mld, in Iran a 157 mld, in Kuwait a 101,5 mld, negli Emirati Arabi Uniti a 97,8 mld, in Russia a 87,2 mld. A maggio, secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) ha prodotto 3,37 milioni di barili di greggio al giorno (3,115 mln di barili al giorno nel 2012, +11,2% rispetto al 2011).