Roma, 10 ott. (AdnKronos) - Il bollettino di 'guerra' dell'ennesima emergenza maltempo, quella di Genova dove un'ondata di pioggia giovedì notte ha provocato una vittima e l'esondazione del Bisagno, del Rio Feregiano e dello Sturla, "non meraviglia affatto" Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi. "La verità è che su queste emergenze non si è fatto granché negli ultimi due o tre anni e ci sono 2,5 miliardi nelle casse dello Stato non spesi", riferisce secco Graziano all'Adnkronos. E "specificatamente per il Bisagno, due o tre anni fa -riferisce ancora il numero uno del Cng- erano stati stanziati per Genova 35 milioni di euro che, paradossalmente, sono fermi per contenziosi con le imprese riguardo alle gare di appalto". Situazione che Graziano ha potuto "constatare non appena nominato consulente esterno dell’Unità di missione Italiasicura", la task force voluta dal governo Renzi per il contrasto al dissesto idrogeologico e la depurazione delle acque, presieduta da Erasmo D’Angelis. "Mi hanno dato le carte da analizzare perché il problema del rischio idrogeologico, questa volta, lo si vuole affrontare davvero, ed ho subito verificato -dice il geologo- che nelle casse dello Stato, particolarmente del ministero dell'Ambiente, sul rischio idrogeologico non sono stati spesi questi 2,5 miliardi". A chiudere in un cassetto soldi così preziosi per contrastare alluvioni, frane, esondazioni di fiumi e torrenti, "è l'incapacità dei sindaci di chiudere progetti definitivi su interventi per il territorio. Senza questi progetti non si può accedere ai fondi" spiega Graziano. E i progetti non arrivano "perché non ci sono soldi. Ma -avverte- se non parte il primo tassello non parte tutto il resto". Il problema dell'inazione sulla messa in sicurezza del Bisagno ha poi "del paradossale" sottolinea ancora il numero uno del Cng. "I 35 milioni di euro che Genova ha avuto per mettere in sicurezza il Bisagno dovevano avviare -riferisce Graziano- lavori per sistemare gli argini e fare casse di laminazione a monte, strutture cioè che servono a filtrare l'acqua del torrente e farla defluire lentamente". E invece, prosegue il geologo, "fondi e opere sono fermi perché sono scattati i contenziosi delle imprese rispetto alle gare di appalto". Graziano descrive quindi "uno scenario da paradosso" perché, dice, "in Italia si va a gara di appalto, l'impresa che risulta prima vince il lavoro ma, troppo spesso, direi quasi sempre, l'impresa risultata seconda fa ricorso appellandosi a veri e propri cavilli, giusti solo 1 volta su 10. Tutto si blocca, bisogna aspettare le sentenze del Tar, sempre se non ricorre anche l'impresa risultata terza...". "E' uno scenario assurdo e succede sempre" avverte Graziano. Come fermare questa spirale? "Alleggerendo le regole del Codice degli Appalti. La Direttiva europea recepita anche dall'Italia è stata caricata solo nel nostro Paese di 600 nuovi articoli. Basta, bisogna semplificare. E sarebbe utile -incalza- abbandonare l'attuale Codice e recepire le tre nuove direttive Ue che sono molto semplificate". "L'altro capitolo critico che frena gli interventi relativi al rischio idrogeologico -spiega ancora Graziano- emerge nelle Conferenze dei Servizi dove partono veti incrociati che ingessano le opere. Chiunque può dire un no, dalle Sovrintendenze alle Asl, per esempio. E si sta fermi per anni ". Ma ora, assicura, "qualcosa si muove. La task force del Governo ha un impegno preciso sui finanziamenti e sta già facendo accordi di programma con i presidenti delle Regioni". "Questa lista di opere avrà la copertura finanziaria dei 25 miliardi da spendere. Ma soprattutto, -ricorda- il premier Renzi ha chiesto all'Ue 7 miliardi per gli interventi e ha chiesto di non comprendere questi fondi nel patto di stabilità. E si tratta di interventi per la sicurezza dei cittadini". "Se questi obiettivi saranno raggiunti, -osserva Graziano- allora l'Italia avrà a disposizione 1 miliardo l'anno per contrastare i rischi. E si comincerà a lavorare nella giusta direzione".