Roma, 9 dic. (AdnKronos) - Una Commissione d'indagine nominata dal prefetto e composta da tre funzionari della pubblica amministrazione, supportati da un nucleo di esperti appartenenti alle forze di polizia: si svilupperanno così i poteri di accesso delegati dal ministro dell'Interno, Angelino Alfano, al prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, dopo l'esplosione del caso 'mafia capitale'. La Commissione accederà agli atti del Comune "per verificarne -sottolineano fonti del Viminale- eventuali possibili forme di infiltrazione o di condizionamento, di tipo mafioso o similare, tali da compromettere il regolare svolgimento dei servizi ovvero il buon andamento e l'imparzialita' dell'amministrazione comunale". La Commissione "avrà il termine di tre mesi dalla data di accesso, rinnovabili per una sola volta per ulteriori tre mesi, per rassegnare al prefetto le proprie conclusioni". In seguito, il prefetto, entro il termine di 45 giorni dal deposito della relazione, dopo avere sentito il Comitato provinciale Ordine e Sicurezza pubblica, integrato con la partecipazione del Procuratore della Repubblica, invierà al ministro dell'Interno gli esiti degli accertamenti. Era stato il ministro dell'Interno Alfano, a delegare il prefetto Pecoraro a esercitare i poteri di accesso e di accertamento nei confronti del Comune di Roma. La comunicazione al termine dell'incontro tra Alfano Pecoraro avvenuto al Viminale questa mattina per fare il punto sugli sviluppi dell’inchiesta Mafia Capitale. La decisione di Alfano di affidare a Pecoraro il compito di svolgere un’indagine amministrativa sul Comune di Roma è "opportuna" secondo il presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi. "La gravità dei fatti emersi dall’inchiesta Mafia Capitale - spiega Bindi - esige massimo rigore e celerità ma senza strappi alle regole, perché l’obiettivo non può essere quello di punire l’amministrazione ma di individuare e superare le eventuali zone d’ombra per restituire fiducia ai cittadini”. Sul fronte politico le polemiche non accennano a placarsi. Il commissario del Partito Democratico di Roma, Matteo Orfini, annuncia che il "commissariamento sarà non breve e servirà a ricostruire il partito, perché se il partito è stato permeabile in alcuni ambienti alla criminalità significa che c’è qualcosa da correggere nel Pd". Il giudizio di Orfini sul vecchio gruppo dirigente del Partito Democratico è duro: "Il Pd da anni era ostaggio di gruppi dirigenti che pensavano più a costruire guerriglie di corrente interne al partito che ai problemi della città. Questo rende un partito più permeabile, perché se pensi allo scontro di potere interno, o ti distrai oppure pensi che qualunque alleanza è utile a quello scontro...". Orfini critica anche l’utilizzo delle preferenze. "Non vanno demonizzate - ha puntualizzato - ma guardiamo quello che è successo a Roma e a Venezia: forse una riflessione sullo strumento preferenze andrebbe fatta". Dall'opposizione, i 5 Stelle continuano a chiedere le dimissioni del sindaco. Se Matteo Renzi "non fosse un ipocrita cronico adesso restituirebbe i soldi di Buzzi e chiederebbe le dimissioni di Marino" afferma il vicepresidente della Camera e componente del 'direttorio' M5S, Luigi Di Maio su Fb. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, parla della vicenda relativa a certe foto che lo riguardavano durante un pranzo a cui ha partecipato anche Salvatore Buzzi, della cooperativa '29 giugno', risalenti a quattro anni fa quando Poletti era presidente di Legacoop. Poletti ricorda di aver vissuto nei giorni passati "un'angoscia terribile, sono quarant'anni che lavoro con la volontà di aiutare chi aveva un problema e trovarmi in quello schifo che è accaduto a Roma mi fa star male ma non bisogna dargliela vinta". "Sul piano personale ho sofferto -aggiunge - ma sono convinto di non aver fatto nulla di male". "E' vero che non ci ho dormito - spiega il ministro - ora però ho ripreso a dormire e devo dire che mi è andato anche il tilt il cellulare per i messaggi di solidarietà che mi sono arrivati. Renzi è stato splendido e mi è stato molto vicino" sottolinea Poletti. Al via intanto, a Palazzo di Giustizia a Roma, gli interrogatori di garanzia per gli otto indagati che si trovano agli arresti domiciliari. Il gip Flavia Costantini ascolterà oggi i primi quattro indagati e altri quattro saranno interrogati domani. In tre oggi hanno accettato di rispondere alle domande del gip, mentre il quarto ha preferito fare una dichiarazione spontanea. Tutti comunque hanno deciso di rispondere al magistrato per respingere tutte le accuse che sono state loro contestate e che hanno determinato gli arresti a domicilio. In particolare a rispondere sono stati Emanuela Salvatori, dipendente del Comune di Roma accusata di corruzione aggravata, Rossana Calistri, direttore della fondazione 'Integra azione' alla quale è stato contestato il reato di rivelazione di segreto d'ufficio e turbativa d'asta, nonché Patrizia Caracuzzi che è indagata per corruzione e che è stata segretaria dell'ex amministratore delegato di Ama Franco Panzironi. Domani gli interrogatori proseguiranno e davanti al gip compariranno Sergio Menichelli, Raniero Lucci, Marco Placidi e Mario Schina. Giovedì prossimo comincerà davanti al Tribunale del Riesame l'esame del ricorso che gli imputati hanno presentato per sollecitare sia la revoca dell'ordine di custodia cautelare sia l'annullamento dell'aggravante di essersi adoperati per dare un appoggio esterno al gruppo che fa capo a Massimo Carminati. In particolare oltre al ricorso di quest'ultimo sono pendenti davanti al Tribunale del Riesame quelli di Riccardo Brugia, Raffaele Bracci, Fabrizio Franco Testa e Roberto Lacopo.